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 I Tarocchi dei Pesci

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rachelecartomante

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MessaggioTitolo: I Tarocchi dei Pesci   Sab Nov 09, 2013 10:07 pm


Il Matto che ha iniziato il cammino lo conclude, in realtà senza fermarsi mai, come mai si ferma la vita eterna; nello stesso modo il segno dei Pesci, per certi aspetti il più mistico e spirituale della serie zodiacale, conclude il giro, ma non ferma il Tempo, anzi già pone le basi ideali della successiva rinascita ciclica rappresentata simbolicamente dall’Ariete e dall’Equinozio di primavera. Per questa importante funzione l’esortazione del Matto è quella dell’assoluta necessità di rinunciare alla visione materialistica del Mondo, di avere il coraggio di abbandonare tutto, e ripartire senza meta con l’unico bagaglio della propria esperienza. Che ne siamo consapevoli o no, dopo l’abbondanza del Mondo, in ogni caso, arriva la carta senza numero del Matto. Eppure, al di là di ogni superficiale interpretazione, la mirabile e nettuniana follia è davvero molto vicina al divino. Una saggezza naturale fatta di poche necessarie cose è quella che ha caratterizzato gli uomini più straordinari che hanno saputo comprendere la Realtà superiore e spogliarsi del superfluo, vivendo in apparente povertà ed in grande ricchezza spirituale. Tali uomini sono stati spesso considerati folli dai contemporanei, pur tracciando i Sentieri più consoni e vicini all’Anima divina, come il fulgido esempio di Francesco d’Assisi può forse farci comprendere bene. Senza questo passaggio essenziale, la vita stessa rischierebbe di perdersi, come ricorda il Vangelo di Luca (XVII, 33): “Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà.” Un seme che volesse conservare la propria essenza anatomica e strutturale sarebbe destinato alla rovina; si salverà soltanto se accetterà di “morire” sottoterra e di germogliare trasformandosi in una piantina in rapida e vitale crescita. Così il bruco accetterà di assecondare la natura seppellendosi nel buio del sarcofago rappresentato dal bozzolo in cui avverrà la sua metamorfosi; e da qui, dopo una morte apparente, aprirà le ali la meravigliosa farfalla. Senza il coraggio dell’abbandono, senza la follia che fa dono di sé, senza il sacrificio dell’ego, la vita non sarebbe eterna e meravigliosa come è. E questo tema del sacrificio di sé, come vedremo, è ben espresso dal Tarocco dell’Appeso. Ma torniamo ancora al Matto. Cosa sarebbe il Mondo senza la follia? Non si farebbero più figli; non si giocherebbe più, perché non avrebbe alcun senso. Erasmo da Rotterdam nel suo Elogio della follia ci spiegò mirabilmente che la Dea Follia era stata allattata da Mete, l’Ebbrezza, figlia di Bacco, e da Apedia, l’Ignoranza, figlia di Pan. Eppure, mentre la Follia sembra apparentemente solo ubriaca ed ignorante, come narrano i miti, è spontaneamente saggia e sincera, e mostra sempre i sentimenti che ha nel cuore. I suoi doni all’umanità sono abbondanti e ricchi, come la geniale inventiva. Erasmo afferma che lo stesso “seme e il fonte della vita” sono doni della Follia, come ogni cosa che c’è di buono in essa, ivi incluso il piacere di vivere. Ecco che il viandante dalle vesti logore e strappate, con il buffo copricapo dai tintinnanti campanelli che si è incarnato nell’allegro Jolly delle moderne carte da gioco, è il primo motore del ciclo tarologico, dimostrando che gli Arcani sono una artistica allegoria della vita, che è eterna, proprio in quanto spiralica rassegna di personaggi e situazioni che si rincorrono senza fine. È per questo motivo che il Jolly può sostituirsi ad ogni altra carta: soltanto il Matto può permettersi tale azione così energeticamente dirompente che può scombinare l’ordine dell’intero gioco. Il Matto dunque è l’energia che muove tutta la ruota degli Arcani, e non è un caso che appare muoversi verso destra, in senso orario, così come si muove il Sole nel cielo. Essere folle significa essere “vuoto”, aver scelto di abbandonare il possesso delle cose materiali e del proprio stesso corpo, accettare di fluire secondo le leggi della natura, agire senza agire, come i saggi orientali ammoniscono sibillinamente. Nel modesto fardello che il Matto porta sulle spalle c’è posto soltanto per piccole cose, ma con sé egli porterà sempre l’esperienza della vita. L’animale che lo accompagna e lo segue è il simbolo dell’istinto, che si esprime meglio nel vuoto dei pensieri razionali, che è privo di falsi timori e non è influenzato da bisogni mentali e necessità indotte. Non c’è niente di strumentale in lui, niente di falso.
L’eterno indeciso dello Zodiaco e il mistico sacrificio di Sé

Nel coerente sistema grafico dei Tarocchi Aurei il posto del dodicesimo segno zodiacale corrisponde perfettamente all’Appeso, dodicesima lama della sequenza tradizionale degli Arcani. L’indecisione che spesso blocca i nativi del segno dei Pesci è ben raffigurata dal XII Arcano Maggiore: un uomo appeso capovolto e legato ad un piede che penzola a destra e a sinistra senza mai scegliere, senza agire per togliersi da quella scomoda posizione, mentre il suo ginocchio piegato fa incrociare significativamente le due gambe in modo perpendicolare. Il taglio netto della lama della falce dell’Arcano che lo segue nella sequenza tarologica potrebbe liberarlo in un istante, ma non sempre ciò è necessario. Il Pesci indeciso in realtà ha già deciso, anche se non sempre se ne rende conto, e nel suo cuore non ha mai cambiato idea: mille idee razionali possono confondere la sua mente, ma alla fine non gli faranno cambiare strada. C’è bisogno però di riflessione per arrivare a questa conclusione, ed ancora una volta il Tarocco ci mostra il modo. Il personaggio legato per un piede (tradizionale punto debole pescino) ha accettato di essere rovesciato per vedere il mondo in modo diverso ed alternativo. Il punto di vista è così straordinario e molte cose appaiono finalmente come realmente sono. Narra l’Edda poetica che il dio nordico Odino fu appeso capovolto per nove notti intere per sua stessa volontà affinché egli fosse sacrificato a se stesso e raggiungesse la sacra conoscenza delle rune. In tutto quel tempo non ebbe né cibo né acqua, che pure vedeva scorrere dalla mitica fonte Mìmir, fra le radici del frassino cosmico Yggdrasil. Forse il dio della corda scoprì che l’albero del mondo aveva la stessa forma anche se visto sottosopra? Non sono forse le radici nascoste dalla terra un’immagine speculare dei rami? E così, come i rami tendono al padre Cielo divino, non fanno la stessa cosa le radici verso la madre Terra, fonte della vita? “Così in alto come in basso” affermava Ermete Trismegisto: una grande e profonda verità esposta con semplicità fin troppo esplicita ed evidente. Guardare il mondo sottosopra fa vedere le cose al contrario: il sopra ora è sotto ed il sotto è sopra; quello che prima sembrava importante ora appare nella sua vera rilevanza e ciò che prima era sfuggito all’attenzione ora si dimostra di capitale importanza. L’Appeso non si può muovere fisicamente, ma è attivo nel mondo interiore, ed attende il momento giusto per liberarsi e per agire. Odino dovette sacrificare anche un occhio, perché la visione esterna si confrontasse con la visione interiore, perché il senso della vista fosse davvero completo e il velo nebbioso dell’apparente realtà dissolto. Se neanche un dio ha potuto realizzare questo senza sacrificarsi, l’uomo mortale ha di fronte a sé un percorso mistico tracciato da millenni, un indirizzo preciso e chiaro, anche se frainteso nei secoli in mille e mille modi. Il sacrificio dell’ego conduce alla conoscenza del vero Sé. Nel mito sincretistico Odino è ferito da una lancia ed appeso ad un albero, così come era stato ferito da Longino lo stesso Gesù , quando fu appeso al legno della croce: l’albero è quindi il lignum vitae delle tradizioni mistiche medievali, la Croce sacra che richiama simbolicamente anche l’asse del mondo degli alberi cosmici dei miti del lontano Oriente. L’Appeso ci invita a riflettere, a capire che, grazie alla sofferenza accettata sul corpo materiale, l’Uomo ha realizzato se stesso e compreso di essere un’Anima immortale: ora dimostra e rivela di esserlo agli altri. Questo gesto non è fatto quindi per se stesso, iniziato ai misteri che già comprende, ma è rivolto ai suoi fratelli che vivono nell’ignoranza. Quando invece l’Appeso stesso non è ancora una creatura consapevole e spirituale, brancola nel buio e soffre senza scopo alcuno. Egli aspetta passivamente di essere liberato da qualcuno o da qualcosa, e non sa che potrebbe sciogliere il laccio nell’istante stesso in cui comprendesse che ha il potere di farlo. La forma involuta dell’Appeso è quindi la metafora di una condizione umana di ignoranza, tale e quale al significato più comune del Matto. Si dimostra così che nella spiralica evoluzione tarologica (non tarocchi gratis) gli Arcani sono Sentieri più volte percorribili nell’esistenza; essi possono mostrare la strada giusta e contemporaneamente nasconderla, perché alla fine ogni scelta, ogni percorso, ogni esperienza siano realizzati e compresi nella loro essenza profonda. Il dodicesimo ed ultimo segno dello Zodiaco offre forse all’uomo una possibilità in più di uscire dalla ruota ordinaria della vita per accedere alla dimensione superiore. La scelta di ognuno è libera e sacra, e sempre assolutamente da rispettare; il Sentiero dei Tarocchi può essere soltanto un aiuto alla progressiva realizzazione della consapevolezza.
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